Ad Avolasca, sulle colline tortonesi, c’è una strada intitolata ad Alessandro Cerruti. Banchiere e armatore genovese, cacciatore appassionato, nei primi del Novecento scelse questi boschi come buen ritiro per la propria famiglia. Qui fece costruire la sua casa di caccia e, per disegnarla, chiamò uno degli architetti più celebri dell’epoca: Gino Coppedè.
Quella casa oggi è Villa Cerruti. Da questo mese affianchiamo la famiglia nel percorso che la porterà ad aprirsi all’ospitalità.
Una villa firmata Coppedè
Coppedè portò ad Avolasca il suo linguaggio inconfondibile, quello che i critici del tempo chiamarono proprio “Stile Coppedè”: arcate su colonne, logge, facciate dipinte, un intreccio di richiami neogotici, rinascimentali e liberty. Trovarlo in un borgo di poche centinaia di abitanti, tra boschi e vigne, è una sorpresa che pochi si aspettano.
La villa era il cuore della vita dei Cerruti in collina: un luogo di incontri e di feste, aperto agli ospiti e alla gente del posto. Un legame con il paese che la famiglia ha coltivato anche fuori dalle sue mura. Alessandro Cerruti finanziò l’acquedotto, portò la luce elettrica, rifece le strade e il municipio, costruì la scuola. Nel 1926 donò ad Avolasca anche un asilo, intitolato alla moglie Maria e alla nuora Caterina.
Per molti anni la villa è rimasta riservata, finché nel marzo 2023 le Giornate FAI di Primavera l’hanno aperta al pubblico per la prima volta. Oggi la famiglia sta restaurando l’architettura e i dettagli d’epoca, per darle una nuova vita senza cancellarne la memoria.

Timorasso e Barbera su terreni di 35 milioni di anni fa
I Colli Tortonesi sono una terra di confine, cerniera storica tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia. Proprio questa posizione li ha tenuti lontani dal turismo di massa e ne ha conservato intatto il paesaggio agricolo.
Il vigneto di Villa Cerruti circonda la villa, nella zona centrale della DOC Colli Tortonesi. I suoli appartengono al Bacino Terziario Piemontese: alternanze di marne, arenarie e conglomerati depositati circa 35 milioni di anni fa, quando qui c’era il mare. Qui crescono due varietà: la Barbera, che trova un clima più caldo e asciutto rispetto al cuore del Piemonte, e soprattutto il Timorasso. Questo bianco autoctono, quasi scomparso, è stato recuperato a partire dagli anni Novanta, è entrato nel disciplinare DOC nel 2005 ed è oggi considerato uno dei grandi bianchi da invecchiamento d’Italia, il Derthona.

Quattro vini, quattro personaggi
Le etichette di Villa Cerruti raccontano chi ha abitato la villa ai tempi della caccia. Siur A., il “signor Alessandro” in dialetto, è il Derthona di punta: dodici mesi sui lieviti e almeno altri dieci in bottiglia prima di uscire. Gustei, dal nome del custode, è il Monleale, una Barbera che affina in cemento e poi in botti di rovere francese. Tell e Dreo erano i loro cani: oggi danno il nome al Piccolo Derthona e alla Barbera.
È un dettaglio che dice molto del progetto: qui il vino non è un prodotto da affiancare alla villa, ma un altro modo di raccontarne la storia.

Accanto alla famiglia Cerruti
Villa Cerruti ha tutto per tornare a essere un luogo d’incontro, come ai tempi di Siur Alessandro: cerimonie, incontri aziendali, esperienze enogastronomiche.
Il nostro compito è sostenere la famiglia e la squadra che darà vita a questa nuova accoglienza, perché questo angolo dei Colli Tortonesi torni ad avere il valore che merita.
Siamo felici di essere al loro fianco e racconteremo qui le prossime tappe del progetto. Per conoscere la villa e i suoi vini: villacerruti.it.